Perché il filtro antiparticolato?

Il filtro antiparticolato nasce, nelle intenzioni dei costruttori, come sistema di riduzione delle emissioni delle PM10, ovvero le polveri sottili prodotte dalla combustione del carburante nelle auto alimentate a diesel.

Filtro_AntiparticolatoIl dubbio sulla sua efficacia nasce in molti automobilisti dall’osservazione del suo stesso funzionamento.

Innanzitutto esistono due tipologie di filtri per auto diesel: il primo è il cosiddetto FAP filtro antiparticolato, il cui acronimo deriva dal francese filtre à particules e che è stato inizialmente creato per le auto della casa parigina PSA (Peugeot e Citroën) e successivamente adattato anche ad altri modelli; il secondo è il DPF (acronimo dell’inglese Diesel Particulate Filter), che a differenza del FAP non necessita per il proprio funzionamento dell’aggiunta di additivi.

Come funziona il FAP /DPF?

Si tratta fondamentalmente di un filtro posto nella parte terminale dello scarico dell’automobile e incaricato di trattenere le polveri sottili, ovvero quelle particelle caratterizzate da una dimensione inferiore a 10 millesimi di millimetro e proprio per questo estremamente dannose per l’uomo e per l’ambiente più in generale.

Come ogni filtro meccanico, dopo un certo numero di km o di ore di utilizzo, anche il FAP e il DPF si otturano e vanno liberati. Entra in gioco proprio a questo punto una centralina del motore che, riconoscendo l’intasamento, attiva la rigenerazione del filtro: rilevato il livello di otturazione, la centralina inietta una maggiore quantità di gasolio, che, aumentando la temperatura, brucia i residui di PM10 trattenuti nel filtro.

Nelle auto dotate di FAP, l’additivo consente il raggiungimento della temperatura di 600 – 700 gradi, necessaria alla combustione delle particelle inquinanti. Il DPF riesce invece a raggiungere autonomamente la temperatura necessaria al proprio funzionamento.

Anche la durata dei due tipi di filtri è differente, anche se molto dipende dall’utilizzo che viene fatto dell’auto: per il DPF si parla di una sostituzione ogni 250.000 km (nella maggior parte dei casi dunque l’automobilista rottama l’auto prima di dover cambiare il filtro); chi invece dispone di un’auto con filtro “alla francese” dovrà procedere alla sua sostituzione ogni 120.000 o 180.000 km. Il costo di un filtro si aggira attorno ai 500 – 600€.

La contraddizione del filtro antiparticolato

Vi è tuttavia, a detta di molti, una contraddizione intrinseca nel filtro antiparticolato. Le auto che ne sono dotate – lo ricordiamo, si tratta esclusivamente di auto diesel – sono state vendute per una circolazione principalmente in ambito cittadino. Il FAP e il DPF infatti proteggono, fino a quando non sono intasati, l’ambiente dalle particelle più sottili e quindi più facilmente inalabili dagli abitanti della città, dai passanti, dai ciclisti. La rigenerazione, che dovrebbe avvenire ogni 300 – 500 km, per essere efficace ha bisogno che l’auto circoli ad una velocità superiore ai 70 km/h per almeno 20 minuti.

Si tratta dunque di condizioni che si presentano solamente nelle autostrade e nelle superstrade e certamente non tra un semaforo e l’altro, tra uno stop e l’altro.

Se l’automobilista non ha la possibilità di portare l’auto nelle condizioni di rigenerazione necessarie al filtro, nel giro di qualche tempo sarà necessario procedere ad una rigenerazione forzata in officina, oppure, in extrema ratio, alla sostituzione prematura del filtro stesso.

La rimozione del FAP e le sue conseguenze

Per ovviare a questo problema, alcune officine disoneste propongono ai propri clienti di rimuovere totalmente il FAP o il DPF: in questo modo, tutto il prodotto della combustione verrà scaricato nell’aria e non intaserà nessun componente dell’auto.

Va però ricordato come la rimozione del FAP / DPF sia una pratica illegale e portatrice di conseguenze non solo civili, ma anche penali.

Infatti, in caso di accertamento da parte delle autorità competenti dell’assenza del filtro antiparticolato, l’automobilista incorrerà in:

  • Una sanzione pari a 1.098€;
  • Una denuncia penale per reato ambientale;
  • Il sequestro della carta di circolazione del veicolo;
  • L’obbligo di ripristinare le emissioni dell’auto al livello precedente, installando nuovamente il filtro.

È certamente vero che controlli di questo tipo non sono estremamente diffusi e che è invece molto più frequente sentirsi proporre dal meccanico di eliminare la “fonte di noie e spese inutili”. È altrettanto vero però che le conseguenze in caso di accertamento sono veramente pesanti per l’automobilista e che, sempre e comunque, un’auto diesel sprovvista di FAP o DPF inquina molto più del “normale” l’ambiente che tutti noi respiriamo.